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Grandi Salite in DVD

 

Ernesto Colnago in una immagine pubblicitaria della campagna di comunicazione Colnago

Ernesto Colnago riceve le insegne di Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Fiorenzo Magni, vincitore del Giro d'Italia nel 1955

Eddy Merckx, record dell'ora a Città del Messico nel 1972

 

Colnago, il meccanico degli eroi


Tra lo storico e l’aneddottico, un breve viaggio nel ciclismo leggendario in compagnia di uno dei suoi protagonisti

Ernesto Colnago è una delle anime del ciclismo italiano da più di cinquant’anni. Prima meccanico, poi costruttore di spicco, dal Dopoguerra a oggi ha equipaggiato di biciclette vincenti nomi del calibro di Magni, Merckx, Martens, De Vlaminck, Saronni, Freire, e tantissime altre stelle delle due ruote e pedali.

Per l’opera Le grandi salite del ciclismo ha dato il suo fondamentale contributo nello svelare, tra lo storico e l’aneddotico, il dietro le quinte del ciclismo dei tempi che furono, di cui in questa intervista ci da un piccolo assaggio.

Quando ha cominciato a costruire biciclette?
È una lunga storia! Io sono figlio di contadini, e me ne vanto, ma con il mondo della bicicletta ho cominciato a 13 anni: mio papà voleva che facessi il contadino ma non ne avevo voglia, così nel 1945 risposi a un annuncio appeso in oratorio, dove c’era scritto che si cercavano giovani apprendisti per la fabbrica di biciclette Gloria, in viale Abruzzi a Milano. Ci andai con un amico e dissi che avevo 14 anni, perché era l’età minima per essere presi... iniziai come saldatore e contemporaneamente cominciai a correre in bici. Vinsi qualche corsa, ma poi nella Milano-Busseto mi ruppi una gamba, avevo 19 anni. Durante i cinquanta giorni bloccato a casa con il gesso mi feci mandare delle ruote da fare, e mi accorsi che a lavorare in proprio guadagnavo in una settimana la paga di un mese! Così, una volta guarito, complice il fatto che non riuscivo più a pedalare forte come prima, mi misi a lavorare alle bici a tempo pieno, per conto mio!

È stato un incidente “fortunato”...
Diciamo che ha segnato il destino della mia vita... Naturalmente ho continuato a mantenere il contatto con il mondo delle corse, e una volta, era il 1955, facendo un giro in bici incontrai Fiorenzo Magni, che soffriva di un dolore alla gamba a causa di una cattiva regolazione delle pedivelle. Mancavano cinque giorni alla partenza del Giro d’Italia e grazie alla mia riparazione Magni ritrovò la giusta pedalata. Il giorno seguente mi chiese se volevo fargli da meccanico al Giro, e ovviamente accettai: quell’anno Magni vinse il Giro davanti a Coppi!

Chissà quante gesta epiche nelle salite di quel giro di cinquantadue anni fa!
Sì, mi ricordo la tappa sul Penice, con la strada sterrata sotto una pioggia battente... Magni era maglia rosa, nel gruppo di testa con Coppi e Koblet, e aveva bisogno di aiuto meccanico, ma noi dalla macchina, una 1100 decappottabile, non riuscivamo a sentirlo, così lui rallentò fino ad affiancarci: era arrabbiatissimo! Dopo che gli riparai un freno lui ci disse che se si bagnava lui, allora dovevamo bagnarci anche noi, e ci aprì il tetto! In un quarto d’ora la macchina era piena d’acqua, tanto che dovetti bucare il pianale per non finire a mollo! Di quel giro mi ricordo anche la tappa Trento-San Pellegrino, dove Coppi e Magni arrivarono con cinque minuti di vantaggio: Coppi vinse la tappa, ma Magni prese la maglia rosa...

Fra i ciclisti che hanno usato le sue bici, qual è stato, per così dire, il più indimenticabile?
Eddy Merckx era in grado di fare cose che erano impossibili per gli altri! Era capace di vincere più di quaranta corse all’anno: è stato il più grande, anche dal punto di vista della condotta di gara... Mi ricordo che una volta, al Giro d’Italia, in una tappa che arrivava a Catanzaro, Merckx attaccò dall’inizio su una salita durissima; mettendo davanti tutta la sua squadra rubò la maglia rosa a una grandissimo scalatore come Fuente, che si trovò spiazzato da quella tattica spregiudicata.

Sono racconti di un ciclismo davvero “romantico”... Le cose sono cambiate oggi, secondo lei?
Eh sì, è cambiato tutto il sistema: una volta c’erano ciclisti da “pane formaggio e un bicchier di vino”, molto più longevi e duttili. Fino all’epoca di Saronni e Moser quelli forti vincevano trenta corse all’anno! Poi sono arrivati gli specialisti, con nuovi modi di allenarsi e di alimentarsi. Io ho vissuto l’epoca eroica, ma ancora oggi se vedo qualche giovane vincere delle belle corse mi emoziono, perché il ciclismo è la mia vita, il mio mondo!

Alessandro Diegoli



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